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| Fanciulla |
Un tempo era il regno di Dahomey e per secoli i suoi sovrani
furono gli artefici della tratta degli schiavi, cacciando
e vendendo ai negrieri bianchi le tribù locali in cambio di
"cauris", piccole conchiglie usate come moneta di scambio
per l'acquisto di fucili, polvere da sparo, tessuti, inchiostro
e oggetti vari di importazione. Oggi si chiama Benin. E' una
repubblica inserita nel progetto dell'Unesco sull'Olocausto
per salvare i luoghi-simbolo di quel passato rovente e vergognoso
che si vorrebbe dimenticare. La tratta negriera in direzione
verso l'America fu ufficialmente autorizzata il 12 gennaio
1510 (*) e nel corso dello stesso anno i primi contingenti
di schiavi neri arrivarono ad Hispaniola, grazioso nome dell'attuale
Santo Domingo. (*) (Ilanèe-Colonisation et conscience chrètienne
Plon, Paris 1957). Fu proprio il Dahomey attraverso il porto
di Ouidah, tra il settecento e l'ottocento a dare il suo contributo
maggiore grazie alla dinastia degli Agasouvi, i Figli della
Pantera, che regnavano ad Abomey e per tre lunghi secoli cacciarono
rendendo schiavi i popoli vicini avvalendosi dell'armata delle
amazzoni.
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| Porta del Nonritorno a Ouidah |
Un esercito di terribili donne guerriere che sapevano combattere
con la ferocia di un animale selvaggio, pronte a sgozzare
le vittime con i propri denti, spolpare i loro crani e cibarsi
delle loro carni. I teschi venivano omaggiati ad alti funzionari
e ambasciatori o come abbellimento al trono del sovrano. Nel
museo di Abomey è conservato il trono di Ghezo, re di Abomey
dal 1818 al 1858 che poggia su quattro teschi. Si calcola
che durante questo periodo, chiusosi definitivamente nel 1900
con l'annessione del Dahomey a colonia francese in seguito
alla resa del re Behanzin alle truppe francesi nel 1894, l'Africa
abbia offerto molto più di trenta milioni di fratelli.
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| Sua Maestà Agoli-Agbo, ultimo discendente
dei re del Dahomey |
A ricordo di questo deplorevole Olocausto, oggi il Benin
sta ricostruendo pezzo per pezzo, a fatica, i brandelli del
passato consacrando Ouidah la città della memoria. Si è iniziato
nel 92 con la consacrazione dell'antica strada che gli schiavi,
incatenati da collari, manette e cavigliere, un morso tra
i denti legato stretto alla nuca per evitare che potessero
parlare e urlare, percorrevano in lunghe file, dal deposito
dove venivano ammassati per giorni e a volte settimane, fino
alla spiaggia dove erano imbarcati. Grandi sculture in cemento
dipinto fiancheggiano la pista di terra rossa, in una surreale
Via Crucis fatta di serpenti che si mordono la coda, camaleonti,
uomini a tre teste, amazzoni, ciascuno con una simbologia
ben precisa, giù fino alla spiaggia dove si erge maestosa
la "Porta del non-ritorno", un grande arco di rame e cemento
"affinchè l'oblio non li uccida una seconda volta".
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10- Route des Pecheurs
spiaggia e palme sull'Oceano |
Se carica di solennità è la porta del non ritorno non da
meno lo è "l'albero del ritorno" all'imbocco della pista.
Era un passaggio obbligato, qui gli schiavi venivano fatti
girare per tre volte affinchè l'anima, una volta staccata
dal corpo, potesse far ritorno in patria. A Ouidah c'è anche
un museo dedicato alla tratta degli schiavi, raccoglie cose
semplici, ma racconta bene l'Olocausto. E' sistemato nel vecchio
forte portoghese, il Sao Joao Batista datato 1721. In netto
contrasto l'altro museo, non inserito nelle liste ufficiali
e non amato dagli indigeni. E' di proprietà dei discendenti
di Don Francisco de Souza, il negriero che si insediò nel
forte portoghese nel 1788. Rimbalzò agli onori della cronaca
grazie a Bruce Chatwin che ne romanzò le gesta con "Il vicerè
di Ouidah".
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| Sua Eccellenza Dagbo Hounon, capo
superiore del culto vodu |
Sacro e profano convivono a Ouidah: è il caso del tempio
dedicato a Dangbe, il dio pitone, con tanti pitoni veri, che
sorge proprio di fronte alla cattedrale di Nostra Signora
dell'Immacolata. Misteri e magia di un popolo che affonda
radici profonde nel culto del vudu, con riti pagani, a volte
cruenti, danze sfrenate in preda alla possessione ma che allo
stesso tempo s'inginocchia davanti alla Vergine Maria sgranando
il rosario. Il Benin è la culla del vudu. La religione animista
è praticata in tutto il paese, base le proprie credenze su
una concezione politeista e panteista dell'universo. Dio è
presente in ogni luogo e in ogni oggetto inanimato. La religione,
importante anche come elemento di coesione sociale, è fondata
sul culto dei morti e sulla forza che essi riescono a sprigionare,
questa forza si chiama vudu.
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| tessuti dell'artigianato locale |
Sempre nel 92 Ouidah ha tenuto a battesimo il primo festival
Mondiale delle Arti e Culture Vudu, "Ritrovamenti tra le Americhe
e l'Africa", identificandosi come capitale del vudu. Il Festival
si è svolto nella foresta sacra di Zungbodji dove per l'occasione
è stato inaugurato un museo permanente a cielo aperto composto
da statue giganti di animali e strane figure che raffigurano
i"Vodun" le divinità della religione vudu. Ogni anno si celebra
il festival vudu a Ouidah che ha luogo il 10 gennaio con cicli
di manifestazioni culturali e riti religiosi officiati dai
più rappresentativi sacerdoti del vudu che giungono da tutto
il paese.
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villaggio lacustre di Ganvié,
costruito su palafitte |
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| ministro del culto dei feticci |
Da Ouidah il vudu ha attraversato l'oceano, l'avevano dentro
i milioni di deportati, è approdato con loro a Baia, Haiti,
Cuba, Santo Domingo, San Salvador trasformandosi in macumba,
santeria,condomblè, umbanda.
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