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Appena sotto il tropico del Capricorno, a 3.900
km dal Cile, emerge dal mare una preziosa riserva
zoologica: l'Isola di Pasqua. Ha una forma triangolare
ai cui vertici vi sono tre vulcani spenti, nei
crateri dei quali si sono formati dei laghetti
naturali incorniciati da una rigogliosa vegetazione.
L'isola si estende per 163 km quadrati ed è
affiancata da tre isolotti (Motu Nui, Motu Iti
e Motu Kaokao); è formata da nudo blocco
di basalto sul quale si distende un tappeto di
licheni ed erbe, interrotte solamente da colline
giallastre e crateri vulcanici rossastri.
Appare come una landa desolata, non solcata neanche
da un corso d'acqua, ma non fu così che
si presentò agli occhi del primo esploratore,
l'olandese Jacob van Roggeveen, che nel 1722 nel
giorno di Pasqua - da qui il nome - la raggiunse:
la spiaggia era affollata da indigeni che senza
alcun timore accolsero amichevolmente i visitatori
stranieri nella loro terra, la Te Pito te Henua
(ombelico del mondo).
Ma la risposta degli uomini "civilizzati"
non fu così ospitale e cominciarono, da
lì e per lungo tempo, spedizioni cruenti,
massacri e saccheggi; finché l'ultimo dei
paradisi terrestri non si trasformò nella
riserva di schiavi per i negrieri europei e americani.
A centinaia vennero deportati e molti altri vennero
"semplicemente" uccisi dalle malattie
che gli stranieri portarono.
Una leggenda racconta che l'isola venne popolata
più di mille anni fa, quando giunsero due
grandi piroghe venute dall'occidente con a bordo
dei Polinesiani e il loro re, Hotu Matu. Era il
popolo, dei "Lunghi Orecchi" che chiamò
l'isola Rapa Nui. Ma dopo l'incontro con gli esploratori
la fine fu inevitabile: in breve tempo questo
misterioso ed affascinante popolo si estinse,
portando con sé una lunga tradizione orale,
chiave per decifrare i misteri di questa cultura.
Gli antropologi impiegheranno infatti anni a
decifrare i significati delle numerose statue,
i maoi, che oltre alla meravigliosa flora caratterizzano
l'Isola di Pasqua. Immensi colossi che possono
raggiungere i 18 metri di altezza, provenienti
tutti dalla lava basaltica del vulcano Rano Raraku,
uno dei tre grandi vulcani dell'isola. Si contano
193 statue erette e 80 stese a terra, che probabilmente
erano in via di esecuzione quando il lavoro venne
interrotto per chissà quale ragione.
Ecco come le statue vennero descritte dal capitano
Cook: "Esse sono, per quanto abbiamo potuto
giudicarne, circa a mezzo corpo, e il basso termina
con un tronco. L'esecuzione è grossolana,
ma non brutta. I tratti del viso e in particolare
il naso e il mento non sono affatto mal modellati,
ma gli orecchi hanno una lunghezza sproporzionata;
quanto al corpo, si fa fatica a trovarci una rassomiglianza
con quello umano".
Ma solo nel 1956, grazie agli studi dell'antropologo
ed esploratore svedese Thor Heyerdahal si riusciranno
ad avere dati tecnici riguardanti la costruzione
dei maoi, stimando come tempo necessario per costruire
una statua all'incirca un anno, avanzando inoltre
valide ipotesi sui metodi di trasporto di queste.
I maoi venivano ordinati da famiglie e probabilmente
ritraevano un importante personaggio pubblico;
le statue di ogni gruppo erano completamente identiche,
si distinguevano solamente dal copricapo scolpito
sulla testa.
Un'altra curiosità è quella del
muro di Vinapu, a qualche chilometro dalla scogliera
di Orongo, fatto di enormi blocchi di pietra levigata,
aderenti fra loro in modo perfetto. Questo monumento,
lungo 30 m e alto 2,25 m, evoca indubbiamente
gli arcaici muri andini di Cuzco e del Machu Picchu.
Una delle più credibili teorie è
quella dell'antropologo Sergio Rapu, secondo il
quale i Pasquensi avevano regolari rapporti con
la costa sud-americana.
Molti sono ancora i misteri da svelare, come
il rito dell' Uomo Uccello: rituale religioso
per il quale i guerrieri aspiranti al titolo di
"Uomo Uccello" inviavano i loro servi
("hopu") sullo scoglio Motu-nui a prendere
un uovo dell'uccello "Manu-Tara", legandoselo
alla fronte e raggiungendo l'isola a nuoto, schivando
le onde e gli squali. Il primo che giungeva doveva
porre l'uovo sul capo del guerriero. L'uovo era
l'incarnazione del dio Make-Make e al vincitore
spettava per un anno i favori degli dei e numerosi
privilegi sociali e politici.
Oggi l'isola è popolata da una piccola
comunità di 2.800 Polinesiani di razza
Maori, dediti alla pastorizia e alla pesca, case
basse, coloratissime, circondate da giardini e
piccoli orti, che rispecchiano il carattere gentile
e socievole degli abitanti.
Info: Ufficio Commercio e Turismo del Cile
www.prochile.cl
Come arrivare
Fino a pochi anni fa raggiungere l'Isola di Pasqua
era difficoltoso, oggi ci si può arrivare
due volte alla settimana, dal Cile o da Tahiti,
con il Boeig 707 della Lan-Cile, che collega Santiago
con Papeete, e fa scalo all'aeroporto di Mataveri.
C'è un villaggio che può offrire
un albergo con piscina, oppure si può alloggiare
presso gli abitanti dell'isola, dopo aver contrattato
il prezzo. Il cibo è costoso, perché
tutto arriva per via aerea, non vi sono specialità
gastronomiche (tranne la aragoste cotte su pietra).
Le automobili sono rare, si consiglia come mezzo
di trasposto il noleggio di biciclette o cavalli.
Lontano dai comuni comfort, è un'esperienza
impagabile per chi ama il contatto con civiltà
perdute oltre che con la natura.
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