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America -> L'Isola di Pasqua
Maggio 2006
 

L'isola di Pasqua, "Te Pito te Henua"

 

di Erica Bo

 
 

Appena sotto il tropico del Capricorno, a 3.900 km dal Cile, emerge dal mare una preziosa riserva zoologica: l'Isola di Pasqua. Ha una forma triangolare ai cui vertici vi sono tre vulcani spenti, nei crateri dei quali si sono formati dei laghetti naturali incorniciati da una rigogliosa vegetazione. L'isola si estende per 163 km quadrati ed è affiancata da tre isolotti (Motu Nui, Motu Iti e Motu Kaokao); è formata da nudo blocco di basalto sul quale si distende un tappeto di licheni ed erbe, interrotte solamente da colline giallastre e crateri vulcanici rossastri.

 

 

Appare come una landa desolata, non solcata neanche da un corso d'acqua, ma non fu così che si presentò agli occhi del primo esploratore, l'olandese Jacob van Roggeveen, che nel 1722 nel giorno di Pasqua - da qui il nome - la raggiunse: la spiaggia era affollata da indigeni che senza alcun timore accolsero amichevolmente i visitatori stranieri nella loro terra, la Te Pito te Henua (ombelico del mondo).

 

Ma la risposta degli uomini "civilizzati" non fu così ospitale e cominciarono, da lì e per lungo tempo, spedizioni cruenti, massacri e saccheggi; finché l'ultimo dei paradisi terrestri non si trasformò nella riserva di schiavi per i negrieri europei e americani. A centinaia vennero deportati e molti altri vennero "semplicemente" uccisi dalle malattie che gli stranieri portarono.

 

Una leggenda racconta che l'isola venne popolata più di mille anni fa, quando giunsero due grandi piroghe venute dall'occidente con a bordo dei Polinesiani e il loro re, Hotu Matu. Era il popolo, dei "Lunghi Orecchi" che chiamò l'isola Rapa Nui. Ma dopo l'incontro con gli esploratori la fine fu inevitabile: in breve tempo questo misterioso ed affascinante popolo si estinse, portando con sé una lunga tradizione orale, chiave per decifrare i misteri di questa cultura.

 


 

 

Gli antropologi impiegheranno infatti anni a decifrare i significati delle numerose statue, i maoi, che oltre alla meravigliosa flora caratterizzano l'Isola di Pasqua. Immensi colossi che possono raggiungere i 18 metri di altezza, provenienti tutti dalla lava basaltica del vulcano Rano Raraku, uno dei tre grandi vulcani dell'isola. Si contano 193 statue erette e 80 stese a terra, che probabilmente erano in via di esecuzione quando il lavoro venne interrotto per chissà quale ragione.

 

Ecco come le statue vennero descritte dal capitano Cook: "Esse sono, per quanto abbiamo potuto giudicarne, circa a mezzo corpo, e il basso termina con un tronco. L'esecuzione è grossolana, ma non brutta. I tratti del viso e in particolare il naso e il mento non sono affatto mal modellati, ma gli orecchi hanno una lunghezza sproporzionata; quanto al corpo, si fa fatica a trovarci una rassomiglianza con quello umano".

 

Ma solo nel 1956, grazie agli studi dell'antropologo ed esploratore svedese Thor Heyerdahal si riusciranno ad avere dati tecnici riguardanti la costruzione dei maoi, stimando come tempo necessario per costruire una statua all'incirca un anno, avanzando inoltre valide ipotesi sui metodi di trasporto di queste. I maoi venivano ordinati da famiglie e probabilmente ritraevano un importante personaggio pubblico; le statue di ogni gruppo erano completamente identiche, si distinguevano solamente dal copricapo scolpito sulla testa.

 

Un'altra curiosità è quella del muro di Vinapu, a qualche chilometro dalla scogliera di Orongo, fatto di enormi blocchi di pietra levigata, aderenti fra loro in modo perfetto. Questo monumento, lungo 30 m e alto 2,25 m, evoca indubbiamente gli arcaici muri andini di Cuzco e del Machu Picchu. Una delle più credibili teorie è quella dell'antropologo Sergio Rapu, secondo il quale i Pasquensi avevano regolari rapporti con la costa sud-americana.

 

Molti sono ancora i misteri da svelare, come il rito dell' Uomo Uccello: rituale religioso per il quale i guerrieri aspiranti al titolo di "Uomo Uccello" inviavano i loro servi ("hopu") sullo scoglio Motu-nui a prendere un uovo dell'uccello "Manu-Tara", legandoselo alla fronte e raggiungendo l'isola a nuoto, schivando le onde e gli squali. Il primo che giungeva doveva porre l'uovo sul capo del guerriero. L'uovo era l'incarnazione del dio Make-Make e al vincitore spettava per un anno i favori degli dei e numerosi privilegi sociali e politici.

 

Oggi l'isola è popolata da una piccola comunità di 2.800 Polinesiani di razza Maori, dediti alla pastorizia e alla pesca, case basse, coloratissime, circondate da giardini e piccoli orti, che rispecchiano il carattere gentile e socievole degli abitanti.

 

 

 

Info: Ufficio Commercio e Turismo del Cile
www.prochile.cl

 

Come arrivare

Fino a pochi anni fa raggiungere l'Isola di Pasqua era difficoltoso, oggi ci si può arrivare due volte alla settimana, dal Cile o da Tahiti, con il Boeig 707 della Lan-Cile, che collega Santiago con Papeete, e fa scalo all'aeroporto di Mataveri. C'è un villaggio che può offrire un albergo con piscina, oppure si può alloggiare presso gli abitanti dell'isola, dopo aver contrattato il prezzo. Il cibo è costoso, perché tutto arriva per via aerea, non vi sono specialità gastronomiche (tranne la aragoste cotte su pietra). Le automobili sono rare, si consiglia come mezzo di trasposto il noleggio di biciclette o cavalli. Lontano dai comuni comfort, è un'esperienza impagabile per chi ama il contatto con civiltà perdute oltre che con la natura.

 

 

 

 

LA REDAZIONE di DAYTRAVEL