La Mongolia si svela come un paese dove il cielo domina e la vita quotidiana è scandita da gesti antichi. Nelle vicinanze di Tsetserleg a 500 chilometri a ovest di Ulaanbaatar la routine di una famiglia nomade riassume questa continuità: Thzerma indossa il suo deel di tutti i giorni, mescola lentamente il latte di cavalla nel bacino riscaldato dalla stufa nella gher e ripete movimenti tramandati dalla madre Oinaa e dalla nonna Solongo.
Il paesaggio intorno è fatto di praterie senza soluzione di continuità, cavalli al pascolo e ruscelli che mormorano: è un ambiente che ridimensiona l’uomo e apre uno spazio interiore dove il silenzio diventa esperienza. Come ha scritto Luigi Barzini jr“Non ho mai visto un cielo simile. Non c’è in nessuna altra parte del mondo.” Per chi attraversa queste terre, il senso di libertà è immediato, e i giorni possono trasformarsi in sogno permanente.
Nella prateria di Tsetserleg: vita nomade e piccoli riti
La scena domestica racconta scelte pratiche e culturali: il khuushuur i ravioli fritti ripieni offerti agli ospiti, insieme a una ciotola di latte caldo tè e sale, sono frammenti di un vivere che non sacrifica l’ospitalità. Qui la presenza umana è rara e anche i segni dell’urbanizzazione sono minimi: niente pali della luce, pochi villaggi, tante piste che si perdono all’orizzonte. I profumi cambiano con i paesaggi, dall’artemisia al garlic selvatico e ogni passaggio implica rispetto verso flora e fauna, considerate potenzialmente vendicative se maltrattate. In questa relazione di mutuo adattamento risiede la sopravvivenza millenaria dei popoli della steppa.
Da Kharkhorin a Khövsgöł: monasteri, dune e fossili
Spingendosi verso sud, la storia si materializza a Kharkhorin dove nel XIII secolo sorgeva la città di Karakorum. Tra le vestigia storiche spicca il monastero di Erdene Zuu Khiid che ha conservato il misticismo buddhista nonostante i danni subiti durante le purghe staliniane del 1937. Delle cento strutture dell’epoca d’oro ne sono rimaste poche, ma ancora oggi custodiscono rituali e le maschere tsam segno di una tradizione teatrale e sacra.
Le Flaming Cliffs e la memoria profonda
Più a sud, le pareti delle cosiddette Flaming Cliffs raccontano una storia lunga 65 milioni di anni. Qui Roy Chapman Andrews arrivò negli anni Venti e trovò fossili di uova di dinosauro che avrebbero poi ispirato grandi narrazioni popolari. Al tramonto le rocce si incendiano di luce e le stratificazioni rivelano zone più dense, resti mineralizzati che parlano di un passato lontanissimo: la natura conserva le sue cronache in forma di pietra.
Le dune di Khongor e la musica del vento
Le Khongor Sand Dunes vicino al confine con la Cina, sono un altro capitolo di paesaggi estremi: le colline di sabbia emettono suoni quando il vento le solleva, e l’incontro con i cammelli spiega quanto l’uomo abbia cercato di adattare la propria presenza a scenari grandiosi ma severi. Non sfidare questi elementi è un principio pratico e culturale che attraversa le comunità locali.
Foreste, specchi d’acqua e i Tsaatan vicino al Khövsgöł
Verso il nord, il lago Khövsgöł è considerato il “mare della Mongolia”: ampio, freddo e riflettente, con catene montuose che si specchiano nelle sue acque e foreste che lasciano intravedere la taiga. Qui la natura parla con altri toni rispetto alla steppe: c’è la profondità degli alberi e la verticalità dei rilievi. In questa zona, con un pizzico di fortuna, è possibile incontrare gli Tsaatan gli “uomini renna”, gruppi che vivono nei Sayan e che sono stati raccontati in reportage come quello di Federico Pistone. La loro presenza testimonia adattamenti umani estremi e antichi legami con gli animali.
Il percorso attraverso la Mongolia alterna rituali familiari, come quelli visti nella gher di Thzerma a testimonianze storiche e a monumenti naturali: dalle steppe intorno a Tsetserleg alle rovine di Karakorum dalle dune canore alle scogliere fossili, fino al grande specchio del Khövsgöł. È un paesaggio che rimette l’uomo nelle giuste proporzioni e che offre, a chi lo attraversa con rispetto, il dono di un cielo che «Così spalancato, pieno di luce, che non ti senti oppresso a starci sotto, ma libero.»



