Le autorità stanno conducendo un’indagine approfondita sui cosiddetti cecchini del weekend sospettati di aver preso di mira civili durante l’assedio di Sarajevo negli anni ’90. Un incontro di coordinamento tra le procure coinvolte si è tenuto recentemente per fare il punto sulle indagini e raccogliere prove sugli attacchi attribuiti a questi misteriosi cecchini.
L’indagine, che potrebbe rappresentare un passo significativo nella comprensione di quegli eventi, coinvolge Eurojust l’agenzia dell’Unione europea per la cooperazione giudiziaria, insieme alle procure di Milano, Sarajevo e Bruxelles. Il Belgio, secondo le ipotesi, era uno dei Paesi dove era radicata l’organizzazione criminale che avrebbe organizzato i cosiddetti safari offrendo a cittadini l’opportunità di partecipare a queste attività illecite.
Il ruolo delle procure coinvolte
La procura di Milano, con il procuratore Marcello Viola e il pm Alessandro Gobbis, sta collaborando strettamente con le autorità di Sarajevo e Bruxelles per raccogliere prove e chiarire eventuali responsabilità. Le indagini mirano a fare luce su un periodo oscuro della storia recente, quando i cecchini del weekend avrebbero seminato terrore tra la popolazione civile.
Tra i sospettati figura anche un nobile milanese, noto per la sua passione per le armi e con precedenti giudiziari. La sua ex compagna ha riferito agli inquirenti che l’uomo soffriva di incubi legati agli eventi di Sarajevo. Dopo un’intervista alla Tgr Piemonte, in cui si era difeso dicendo di aver millantato, è stato convocato in procura e si è avvalso della facoltà di non rispondere.
La repressione preventiva in Turchia
A meno di due settimane dal vertice Nato del 7 e 8 luglio ad Ankara, la polizia turca ha avviato una vasta operazione contro ambienti della sinistra politica, del sindacalismo sociale, dell’attivismo civile e dell’informazione indipendente. Nelle prime ore del mattino, decine di abitazioni sono state perquisite in diverse città della Turchia, mentre la procura di Ankara ha emesso 241 ordini di fermo.
Tra i fermati figurano la presidente del Partito Rivoluzionario, Elif Torun Öneren, la dirigente di Halkevleri Hediye Yıldırım, il direttore responsabile della rivista Lgbtq+ Kaos GL, Yıldız Tar, e l’economista Emel Memis, docente dell’Università di Ankara. Colpiti anche numerosi avvocati, tra cui Semra Demir, Kürsat Bafra e Doga Incesu dell’Associazione degli avvocati progressisti (Çhd).
Le accuse e le reazioni
La procura di Ankara sostiene che l’operazione rientri nelle attività di contrasto a diverse organizzazioni considerate terroristiche dal governo turco. Tuttavia, tra le persone in detenzione provvisoria figurano anche accademici, giornalisti, militanti di organizzazioni sociali e rappresentanti di realtà pubbliche attive da anni nel dibattito politico e culturale del Paese.
Le organizzazioni colpite respingono la versione governativa e interpretano l’operazione come una misura preventiva per neutralizzare ogni forma di protesta contro il vertice dell’Alleanza atlantica. «Non si tratta di un processo legale ma di un’operazione per offrire alla Nato un giardino delle rose senza spine», ha dichiarato il Çhd.
Toni analoghi arrivano dai movimenti sindacali e studenteschi, che denunciano il tentativo di mettere a tacere le voci critiche verso la Nato e i suoi collaboratori. L’Özgür Üniversite Hareketi, rete universitaria della sinistra radicale, accusa il governo di voler garantire tranquillità all’Alleanza reprimendo preventivamente il dissenso.



